MILANO

Inbound Strategies
Un evento pratico e diretto sull’inbound marketing e sulle tecniche SEO

09 – 10 Marzo 2018
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15 dicembre 2017 Elisa Contessotto0

Immagina questa situazione: vieni contattato da un potenziale cliente o da un tuo collaboratore e in 10 minuti devi farti un’idea veloce del sito web che ti viene dato da visionare. Non sei ancora nella fase di preventivo o di Audit vero e proprio. Hai solamente 10 minuti. Come procedi? Condivido con te la mia checklist per ottenere facilmente una visione preliminare con l’aiuto di SEOZoom.
Cominciamo? Fai partire il timer!

10 punti per fare un quick audit con SEOZoom (e qualche extra!)

La premessa è sempre la stessa: non serve dirlo, ma è utile ripeterlo. Ogni settore è diverso, ogni SERP ha i propri equilibri. Ogni sito ha delle potenzialità diverse e competitor più o meno ottimizzati. Ti propongo una metodologia: NON una formula magica!
Fanne buon uso.

1) ANALIZZA → SITO WEB (se puoi, inseriscilo a progetto!)

Comincia in modo semplice: SEOZoom / Analizza / Sito web o semplicemente inserisci il sito nella barra presente in alto. Guarda il numero di keyword posizionate e il volume stimato di traffico mensile. In questo momento, grandi o piccoli che siano questi dati, non ti danno molte informazioni, ma sono utili per inserire il sito in un contesto. È un sito nuovo? Piccolino? Un portale già avviato? È un sito verticale molto focalizzato?

I primi secondi della tua analisi servono a questo: identificare a grandi linee che tipo di sito hai di fronte, soprattutto in termini quantitativi. Inserire il sito web in un quadro riconoscibile ti permette di interpretare in modo più realistico i prossimi dati.

analizza-sito-web

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2) ANDAMENTO DEL TRAFFICO VS ANDAMENTO DELLE KEYWORD

Circoscritto l’ambito in cui stai lavorando, ti consiglio di porre la tua attenzione sul grafico dell’andamento globale e l’andamento delle keyword (che puoi vedere cliccando sull’icona a forma di chiave). Qui puoi fare le prime deduzioni: se sia l’andamento del traffico che le keyword sono in crescita, potresti trovarti di fronte a un sito in buono stato. Tuttavia nel caso in cui l’andamento del traffico fosse in calo, sarebbe scorretto pensare subito al peggio: se il numero di keyword è in crescita, la flessione verso il basso che vedi potrebbe essere determinata da una singola keyword con alto volume che perde un posto dai primi tre risultati della prima pagina.
Se stai analizzando un sito piccolino che è posizionato per un numero limitato di parole chiave, molto targetizzate e che hanno volumi di ricerca mensili bassi, è sufficiente che una keyword tra le migliori perda anche solo una posizione in SERP affinché il grafico riporti una curva in negativo. È sempre importante unire i dati che trovi su SEOZoom in modo da avere una visione completa.

andamento traffico stimato

andamento numero keyword

3) DISTRIBUZIONE DELLE KEYWORD

Dopo aver identificato il trend del sito –  se in crescita, stabile o in calo -, puoi farti velocemente un’idea delle potenzialità del progetto.

Guardando il grafico con la distribuzione delle keyword puoi fare varie considerazioni: se il grafico è simile a quello qui sotto sai che hai di fronte un sito con molte keyword in prima pagina, segnale incoraggiante o quantomeno di un sito discreto. Tuttavia, un grafico che si presenta così mi fa spesso pensare che l’attività di keyword research non sia stata approfondita. Avere molte keyword in prima pagina è importante. Ma perché fermarsi qui?

distribuzione kw

Un grafico come quello presente che segue si vede molto più frequentemente: il sito è poco ottimizzato o per qualche motivo non è stato premiato da Google. Potrebbe avere un grande potenziale oppure essere solo un sito nato da poco, che ha ancora bisogno di tempo per muoversi naturalmente verso le prime pagine. Ma procediamo.

4) PANORAMICA DEI BACKLINK

Se hai inserito il sito nei progetti di SEOZoom accedendo alla sezione Backlink /  Panoramica puoi vedere immediatamente la qualità dei backlink che il sito sta ricevendo. La barra orizzontale indica a seconda del colore, il livello qualitativo del link in ingresso. Facile intuire che rosso, indica link a bassissima qualità, verde chiaro, indica l’opposto ovvero un link identificato da SEOZoom come di alta qualità.

analisi backlink

Non è vero che un link di scarsissima qualità sia nocivo per il profilo. A maggior ragione quando si parla di link building. Sta al tuo occhio attendo controllare il numero di backlink, verificare la proporzione tra dofollow nofollow, vedere se è stata linkata solo la home o anche le pagine interne e rilevare se c’è uno sbilanciamento tra ancore secche e ancore branded (questo lo puoi fare solo se il sito web è inserito a progetto, gli altri dati invece puoi vederlo anche nella sezione ANALIZZA → SITO WEB → BACKLINK). Avanti col prossimo step!

5) ANALISI DEI COMPETITOR ORGANICI

Nella sezione COMPETITOR puoi avere una visione completa di quali siano i competitor rilevati dal tool per il sito web che stai analizzando. Ci sono tanti dati di benchmark interessanti che puoi ricavare dai grafici presenti. Io di solito in questa fase confronto solo la stima di traffico e il trend del sito. Se conosco il settore del sito web che sto analizzando, controllo se i competitor sono fuori portata (Amazon, Ebay, ecc.) oppure se la situazione è tranquilla. È presto per sapere se in quelle SERP ci sia ‘la guerra’ oppure no. Ma in questo momento dobbiamo solo farci un’idea. Giochiamo, allora. 😉

analisi competitor

6) DISTRIBUZIONE KEYWORD DEI COMPETITOR

Io non lo faccio spesso, ma se hai quei 10 secondi in più te lo consiglio: controlla la distribuzione delle keyword dei competitor organici. Puoi trarne le stesse deduzioni che puoi applicare al sito che stai analizzando. In questo modo al tuo quadro si aggiungono molti dettagli.

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7) SEO ONSITE (se è a progetto), COMANDO SITE: (per farla semplice), VISUAL SEO (ma aggiungi  2 minuti extra!)

Se il sito è inserito a progetto con SEOZoom nella sezione SEO Audit, puoi controllare quali sono gli errori presenti. In questa fase iniziale io di solito mi soffermo sul numero di errori e sui “pattern” di errori presenti per capire se ci sono delle mancanze su ottimizzazioni specifiche.

seo-audit

Non è altrettanto esaustiva, ma anche l’opzione molto pratica di utilizzare il comando site:nomesito.it su Google ti da parecchie indicazioni sulla qualità degli snippet (e anche sulla struttura del sito se hai un occhio allenato).

comando site google

La soluzione migliore, è di facile accesso se utilizzi uno dei cosiddetti spider tool. L’Edizione Community (ossia la versione free) di Visual SEO Studio ti permette di scansionare 500 pagine. Puoi controllare se ci sono anomalie (errori 404, redirect 30x, etc…) e tramite i set di report “Suggerimenti HTML” e “Suggerimenti URL” di avere una visione di tutti i casi di titoli/descrizioni mancanti o duplicati e dei problemi di canonicalizzazione. Tutto esportabile. Molto veloce.

visual-seo-studio

FOCUS SULLE IMMAGINI: noti a prima vista anomalie?

Sia SEOZoom che Visual SEO Studio ti danno subito un’idea di come sono state ottimizzate le immagini dal punto di vista, ad esempio, dell’attributo ALT. Considerando come per Google le immagini abbiano un’importanza sempre maggiore, non è affatto un punto da sottovalutare. Guarda questo screenshot: puoi vedere il “prima” e il “dopo” di un’ottimizzazione fatta a un articolo dove ho solo aggiunto due immagini con i meta dati ottimizzati.

ottimizzazione immagini

8) PERFORMANCE E GOOGLE PAGE SPEED

Ok voglio essere sincera: non sono una nerd dei server. Le performance e i tempi di risposta del server non li guardo quasi mai in una primissima occhiata, ma tu lo puoi fare in 5 secondi sia dalla sezione Performance di SEOZoom sia direttamente su Google Page Speed.
9) CONTROLLO DUPLICATI ONSITE (ma solo per essere pignoli!)

Non sono una nerd, ma mi piace essere molto accurata. Questo passaggio è utile e richiede poche energie fare un controllo dei contenuti duplicati onsite. Non si tratta in questo caso di verificare se i testi presenti nel sito in analisi sono copiati (o stati copiati) da altri siti, ma di controllare proprio all’interno delle pagine del sito se ci sono delle parti di testo che ricorrono. Ad esempio nel footer o nell’header (nei casi migliori), nelle categorie e nella pagine (nei casi di media gravità) oppure – per citare un caso concreto – in tutte le schede di un e-Commerce (un vero dramma!). Io faccio questa analisi con www.siteliner.com

site liner contenuti duplicati onsite

10) La ciliegina sulla torta: whois.net

So a cosa stai pensando: che curiosa, vuole vedere chi è il proprietario del sito. Beh, a volte è così soprattutto con le estensioni .it che non permettono di oscurare il nome del registrante. In realtà, mi piace controllare su whois.net lo storico del sito. L’anzianità, diciamo. Per me, è la ciliegina sulla torta. Se nei punti precedenti hai raccolto abbastanza informazioni, se le hai interpretate cercando di immaginare la storia del sito web con questo dato hai un’informazione conclusiva. O forse è proprio l’informazione da cui far cominciare il vero Audit. Cosa ne pensi?

whois

I nostri 10 minuti sono giunti al termine: e ora?

In questo articolo ti ho proposto alcuni passi che si possono fare. A seconda del sito (e della richiesta) mi oriento su certi punti piuttosto che su altri. A volte, uso strade totalmente inusuali. Di base cerco di pormi delle buone domande per fare in modo che i dati mi possano dare le risposte più utili.
Un quick audit ti può fornire delle indicazioni, una bussola di partenza, cerca di non trarre conclusioni e di avere uno sguardo ancora neutrale, in questa fase.
Semplicemente, se ti troverai al tavolo da gioco, non andrai del tutto alla cieca!

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1 dicembre 2017 Francesca Sollo0

Le storie sono strumenti fantastici: puoi raccontare con qualunque cosa a tua disposizione e non sbagliare mai. Quando un cuore, un business e tanti numeri si incontrano, quale magia accade? Quella della semplificazione e della negoziazione, due punti nevralgici per poter raggiungere gli obiettivi di business che ogni azienda si pone: guadagnare ed investire in modo intelligente! La risposta si chiama data storytelling.

Tutti conosciamo lo storytelling e ne abbiamo la nausea. Troppe volte il concetto di raccontare per farsi conoscere è stato consegnato alle aziende, alle piccole imprese e ai liberi professionisti come panacea a tutti i mali.

– “Mamma, ho l’influencer!”

– “ Prendi un po’ di storytelling, vedi che ti passa.”

La scena è più o meno questa, negli ultimi anni, in ogni agenzia di web marketing, per gli esperti guru della montagna del sapere digitale e per ogni freelance che a casa – tra una sessione di ginnastica in casa e una gita in montagna – mentre parla con lo smartphone puntato in faccia, racconta quanto sia figo fare storytelling. Poi Disney e Coca Cola, Tiffany e Apple aprono la strada ad un nuovo modo di intendere il racconto aziendale, lo storydoing. Altra scoperta esistenziale dell’acqua calda fatta dal Cristoforo Colombo di turno durante l’ultima proiezione per appassionati di Star Wars, “L’Impero colpisce ancora” è il non esiste provare, esiste fare del maestro Yoda. Le aziende non devono più raccontarsi con organizzazione puntuale dei contenuti ma devono essere un vulcano di sincerità che, superati i confini degli obiettivi di business, lavorano per l’etica. E mangiano fagioli. Agli angoli delle strade.

Magari tutto il discorso è un po’ estremizzato, un po’ storytellato (per restare in tema). La verità, però, sta nel mezzo come in tutte le cose: lo storytelling è uno strumento formidabile per comunicare qualunque messaggio se, però, fatto con i dovuti accorgimenti e senza diventare tutt’uno con la storia che stai costruendo. Questa tecnica, lo abbiamo appena detto, che può essere applicata a qualunque tipo di messaggio, anche a raccontare quello che il tuo analista sta combinando dietro lo schermo del suo computer.

Si chiama data storytelling ed è una figata pazzesca.

Data Storytelling: quando i dati raccontano una storia, la tua

Gli analisti sono stati per lungo tempo bollati come quelli che fanno le slide. In realtà, sono la vera linfa del tuo business. Se ti stai chiedendo perché, la risposta è davvero semplice: il data storytelling ti permette di comprendere quelli che, per i non addetti ai lavori, sono solo un groviglio di numeri, linee e grafici. Insomma, il data storytelling semplifica il mondo raccontando in modo chiaro e deciso cosa succede nella tua azienda e come stanno andando le tue azioni di business. Mica poco, eh!

Il data storytelling consiste nelle tecniche di narrazione tipiche del corporate storytelling applicate alla visual analytics. Uno strumento che fa della concretezza e dell’efficacia le keyword sulle quali basarsi nelle proprie scelte di business. Decisioni data driven. Sul serio, non più solo a parole.

I dati guideranno le aziende di oggi verso il domani

Produciamo e rilasciamo ogni giorno infinite quantità di dati. I più fighi li chiamano big data, gli statistici prima e gli analisti poi, fonte di vita per il tuo business. I dati possono darti una chiave di lettura unica ed inedita, fornendoti una visione a 360 gradi di quello che accade in tempo reale nella tua azienda, come si è comportato il tuo business fino ad oggi e cosa potrebbe accadere domani alla tua impresa. Insomma, i dati sono come Sauron nel Signore degli Anelli: un occhio senza palpebre che non dorme mai.

I dati possono fare la differenza tra un’azienda che funziona ed un’impresa che naviga a vista. Il data storytelling ti permette, attraverso strumenti come Tableau, di implementare una strategia di visual analysis corretta e funzionale alle attività della tua azienda.

Snoccioliamo i dati, vai col lisco:

  • un’azienda su 10 utilizza il data storytelling e solo il 15% di queste ne comincia a considerare benefici gli effetti sul proprio business;
  • il 73% delle aziende crea presentazioni in Power Point senza una strategia precisa (a cazzo di cane si può dire?);
  • oltre il 50% degli impiegati che lavorano con dati e numeri utilizzano excel senza uno scopo, per riempire colonne che nessuno leggerà mai.

Questa è più o meno la situazione delle aziende europee, secondo alcuni studi. Molto triste fare le cose senza uno scopo, nel business come nella vita. Come porre rimedio? Il data storytelling sembrerebbe essere un’ottima soluzione a quelli che Avinash Kaushik – attualmente digital marketing evangelist per Google – definisce report squirrel, smanettoni dei dati che passano un’intera giornata a completare presentazioni in Power Point che nessuno comprenderà e, ancora peggio, capirà come utilizzare per il proprio business perdendo occasioni e possibilità.

Tutta l’attività di raccolta dei dati, segmentazione ed aggregazione, l’analisi e l’interpretazione con gli attuali sistemi di rappresentazione dei dati (e del mal costume delle aziende in questo settore) vanno a farsi friggere.

I clienti non hanno molto tempo, soprattutto per guardare grafici sull’attività di un web analyst che non riesce a spiegare bene quello che fa. La comprensione del lavoro di analisi è sempre stata una delle grandi barriere nella professione digitale, uno spartiacque che non si supera tra “addetti ai lavori” e committenti. Il data storytelling può tradurre in storie facilmente comprensibili a tutti (e a tutti i livelli) quello che si cela dietro la coltre di dati. Insomma, la data visualization può finalmente strappare il velo di Maya dei dati rivelando a chi ci mette i soldi cosa succede nella propria azienda in modo chiaro e sistematico, efficace e – soprattutto – ci si può finalmente far guidare nelle scelte di business dai dati.

Abemus azioni data driven (sul serio, però).

Data storytelling: sì, ok figo. A cosa serve, quindi?

Ok, ti abbiamo convinto: il data storytelling è la nuova forma di narrazione che finalmente ti permetterà di mostrare ai tuoi clienti e al tuo capo che le tue analisi funzionano. O no? A cosa serve sul serio il data storytelling?

Il data storytelling serve ad ottimizzare tempi e risorse aziendali, prendere decisioni data driven (azioni strategiche orientate dai dati) e per assicurarsi che queste vengano seguite da decisioni di business efficaci e realmente misurabili.

Ogni giorno gli utenti lasciano tantissimi dati in giro per la rete, ad ogni accesso. Questi sono preziosissimi per ogni business, soprattutto se si sa leggere, raccogliere ed interpretare questi dati insieme a quelli che le persone rilasciano offline. I big data (o come li si preferisce chiamare) sono una risorsa fondamentale per capire in che stato di salute è il tuo business e per predire quali possano essere i futuri scenari in cui la tua azienda potrebbe muoversi.

Il data driven marketing è essenziale per la data visualization e viceversa. Il marketer che si fa guidare dai dati è saggio, quello che li lascia marcire sul fondo delle tabelle excel meno. I dati, infatti, possono essere la chiave di volta nel dare chiarezza alla direzione che il tuo business deve prendere. Come sfruttare tutti i dati che gli utenti ci regalano?

I dati possono essere di diversa natura: navigazione, localizzazione e dati fisici derivanti da azioni offline. Questi possono essere utilizzati per comprendere meglio le esigenze dei propri utenti e rendere l’esperienza migliore attraverso una analisi molto più approfondita. La visualizzazione dei dati, poi, è l’atto finale di una strategia data oriented che permette di avere “nero su bianco” il controllo del passato, del presente e del futuro di qualunque business.

Attraverso la raccolta, l’analisi, l’interpretazione e la rappresentazione visuale di questi dati riuscirai a personalizzare il tuo rapporto con l’utente.

Data Storytelling: i punti essenziali della storia e consigli pratici

Il data storytelling si comporta come una qualunque altra tecnica di narrazione. L’unica differenza è che il protagonista della storia che vogliamo raccontare è un business e per farlo utilizziamo i dati sotto forma di grafici, linee e punti. Sembra spaventoso ma in realtà è terribilmente divertente: hai il controllo su tutta una serie di fattori che, prima, ti erano totalmente sconosciuti!

Quali sono i nodi principali di una storia di dati?

    1. punto centrale: vai subito al sodo. Pochi hanno la capacità e la pazienza per stare attenti per un’intera presentazione fatta di soli dati. Il punto centrale della storia deve presentare immediatamente la situazione in cui ci si trova. Sii avaro di elementi, la palpebra cala velocemente durante i meeting. Non dimenticare di spiegare, attraverso una legenda, cosa vuoi comunicare con i dati e contestualizza. Non dimenticare: sei il solo ad avere gli excel, le chiavi del potere, quindi hai anche il compito di “raccontare” agli altri a che punto si è della storia.
    2. focus sulla missione: fai convergere tutta l’attenzione sugli elementi decisivi della tua data story: ragiona su target, obiettivi, quello che è stato fatto e dove vorresti che le azioni conducessero l’eroe. Non dimenticare mai il primo comandamento del data storytelling: essenzialità, semplicità, chiarezza. Pochi elementi possono raccontare grandi storie.
    3. sequenza lineare: utilizza un flow narrativo semplice e facilmente comprensibile. Passo dopo passo, accompagna il tuo ascoltatore attraverso le varie fasi della tua storia facendo attenzione ad utilizzare in modo propositivo le tue analisi: spiega concretamente perché le visite mensili su un articolo che ha sempre portato traffico oggi si sono ridotte all’osso. Soprattutto se si tratta della ricetta per l’abbronzatura perfetta e siamo in pieno dicembre.
    4. elementi narrativi: sono gli elementi narrativi di ogni storia. Target, obiettivi, azioni. Dare un volto al pubblico degli amanti dei pinscher, geolocalizzarli, studiarne le abitudini d’acquisto chiamandoli per nome: non sto costruendo soltanto una buyer personas ma una “compagnia” di utenti. Molto più facile per chi ascolta, quando personifichiamo l’utente ed il flusso di dati che lo riguarda.
    5. elementi visuali: l’elemento fondamentale del data storytelling è la visualizzazione dei dati. Questa ci permette di semplificare le informazioni che altrimenti risultano troppo complesse da comunicare.

Come tradurre in operatività questa tipologia di racconto dei dati? Utilizza palette colori coordinate, font leggibili, organizza i tuoi flow. Usa un sommario ed una legenda per illustrare cosa vuoi raccontare. Limita al minimo il numero di grafici, l’attenzione è limitata.

Il segreto di una buona storia è la semplicità del racconto, la chiarezza di quello che vuoi comunicare, l’efficacia degli elementi che scegli.

Tutto il resto è semplicemente Power Point!

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22 novembre 2017 Marilena D'Ambro0

Il blog è lo strumento centrale in una strategia di inbound marketing. Attraverso i tuoi articoli puoi intercettare potenziali clienti e diventare una risorsa preziosa in un determinato settore. Con il tuo diario online le persone sanno dove trovarti quando hanno bisogno di te.

Ma per raggiungere questo obiettivo devi creare contenuti che siano rilevanti e comprensibili. Insomma, i tuoi lettori leggono per intero i tuoi articoli? Oppure abbandonano il sito senza fermarsi nel form di contatto? Quello che sto cercando di dirti è questo: stai provando a migliorare la leggibilità di un post sul blog per aumentare il tasso di conversione? E soprattutto sai cosa significa leggibilità, vero?

La leggibilità è la capacità di un testo di essere facile da capire e piacevole da osservare. Sì, la leggibilità abbraccia lo sguardo e la mente. Quindi che ne dici di migliorare la leggibilità di un post sul blog e far innamorare il tuo pubblico a prima vista?

Dividere il testo in paragrafi

Il primo passo per migliorare la leggibilità di un post sul blog è far respirare il testo. Questo sai cosa significa? Abbattere i muri di parole e impedire che il lettore scappi a gambe levate. Come puoi intuire, anche lo spazio bianco ha un significato: permette alle persone di riflettere, riposare la mente e proseguire con maggiore attenzione.

La suddivisone in paragrafi va fatta con una certa logica, isolando i concetti, andando a capo e seguendo il flusso del discorso. Quante righe scrivere per ogni paragrafo? Non spingerti oltre le 5-6. Usa i grassetti per sottolineare aspetti importanti e il corsivo per evidenziare le citazioni. Per aumentare la leggibilità su WordPress ci sono pulsanti specifici per svolgere questi compiti.

Ancora un dettaglio che fa la differenza: alterna frasi lunghe e brevi per dare vivacità al contenuto. E ti dico di più: con un uso sapiente della punteggiatura – punto, virgola, due punti – doni il giusto ritmo all’articolo e permetti alle persone di riprendere fiato. Vedi, in realtà, il testo è come musica.

Leggi anche: 3 consigli creare una call to action efficace

L’importanza di titoli e sottotitoli

Per aumentare la leggibilità e comprensibilità di un testo online dai una gerarchia al post. Inizia a scrivere un titolo accattivante (H1) ma non ingannevole. Poi, dedicati agli header che introducono i paragrafi (H2) e se necessario crea anche i sottoparagrafi(H3, ecc). Puoi rendere cliccabili i sottotitoli con il plugin WordPress Table Of Content Plus.

Questo strumento consente di inserire un menu di navigazione interno. Lo scopo? Rendere leggera e veloce la fruizione. Il lettore, infatti, cliccherà solo sul link che gli interessa e in pochi istanti si ritroverà nella sezione del post che preferisce.

Elenchi puntati, quando usarli?

La forza degli elenchi puntati? Riassumono in modo chiaro concetti complessi. Sono perfetti per migliorare la leggibilità di un post sul blog e fare ordine. Si adattano allo schermo del PC e sono utili per trovare subito ciò di cui ha bisogno. Le bullet list sono molto diffuse, ad esempio, negli articoli dedicati alle ricette in cucina per spiegare step by step le bontà da preparare a casa.

Tuttavia non abusare delle liste, per alcuni argomenti non sono la strada da seguire. Devi raccontare un viaggio o la storia di un’azienda? Allora scegli una soluzione diversa per rendere fruibile il contenuto.

Attenzione ai link

Non trascurare l’usabilità dei link. Questi collegamenti ipertestuali aiutano a navigare tra le pagine del blog. Ma non solo. Servono ad approfondire determinati temi. Per renderli riconoscibili devono essere di colore differente rispetto al font principale del post.

E non dimenticare di ancorarli a frasi di senso compiuto. Gli individui devono capire in pochi secondi cosa troveranno una volta che cliccheranno sul link nel testo online

Sfrutta il metodo della piramide rovesciata

Migliorare la leggibilità di un post sul blog con la piramide rovesciata

Ne hanno parlato in tanti, voci eminenti che hanno trasformato lo scrivere per il web in un’opera d’arte. Tra tutti Nielsen e Luisa Carrada, autrice de “Il mestiere di scrivere”. Questo metodo è utilizzato per scrivere un articolo di giornale, ma si presta molto bene anche per dare significato, coerenza e migliorare la leggibilità di un post sul blog.

Quali sono i punti da tenere in considerazione se decidi di usare la piramide rovesciata? Inizia dalle informazioni più importanti, continua con gli approfondimenti sviluppando l’argomento e chiudi con i dettagli di contorno. Grazie a questa tecnica è la persona a scegliere il livello di profondità della lettura. In pratica, sarà il lettore a decidere se afferrare i ganci che hai disseminato nel post del blog.

Usa parole facili da capire

Per migliorare la leggibilità di un post sul blog sfrutta parole semplici. Parole che possono essere comprese dal tuo target. Elimina avverbi, negazioni, aggettivi inutili, forme verbali pesanti, intercalari ricorrenti e fai attenzione alle ripetizioni. I sinonimi – ricorda – sono i tuoi migliori amici. Per scovare le ripetizioni e altri errori puoi utilizzare EdOra, tool per copywriter tutto italiano.

Ho ancora qualche suggerimento per aumentare la leggibilità di un testo online: quando scrivi sii naturale, conversa nel modo giusto con il tuo lettore – dai del tu per accorciare le distanze – e allontanati dalla cattiva influenza dell’aziendalese.

Chi arriva sul tuo blog non deve fare uno sforzo per comprenderti, al contrario. Deve avere la sensazione di bere un soddisfacente bicchiere d’acqua. Nella fase di stesura non dimenticare di citare le fonti e non fare deviazioni inutili che distraggono chi legge.

Scegliere il font giusto per il post

Tra i criteri di leggibilità c’è la scelta del font. Ovvero il carattere che vuoi utilizzare per scrivere l’articolo. L’indecisione, di solito, è tra font con grazie o senza grazie. Serif o Sans Serif. Per scrivere un post sul blog è meglio selezionare il Sans Serif, Qualche esempio? Arial, Futura, Verdana, Trebuchet MS.

Migliorare la leggibilità di un post sul blog con un buon font

Per quanto riguarda le dimensioni, mantieniti tra i 12 ai 14 punti tipografici, una buona via di mezzo per non stancare il tuo pubblico. Attenzione, il colore del font deve essere scuro e contrastare con lo sfondo chiaro. Scegliere il font giusto per il blog non è solo un fatto di leggibilità ma di personalità e stile. Per questo motivo evita le frasi in maiuscolo, indicano aggressività e maleducazione.

Per rendere piacevole leggere un post sul blog puoi inserire le immagini ma ci sono delle accortezze da mettere in evidenza. Devono essere ottimizzate in ottica SEO, ridimensionate, leggere, di buona qualità e soprattutto pertinenti al contenuto.

Migliorare la leggibilità di un post sul blog: la tua esperienza

In questo articolo ti ho lasciato alcuni consigli per migliorare la leggibilità di un post sul blog. D’altro canto, un articolo online non deve essere solo bello da leggere ma anche da vedere e capire, non credi? Non è un caso, infatti, che esistano degli indici di leggibilità per misurarla. Ora ti va di raccontarmi la tua esperienza? Cosa fai per aumentare la leggibilità di un testo online? Ti aspetto nei commenti.

 

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19 settembre 2017 Marilena D'Ambro0

Il modulo di contatto è uno strumento essenziale in una strategia di inbound marketing, rappresenta il primo mattoncino in una possibile relazione tra te e il potenziale cliente.

Spesso viene sottovalutato e visto come una formalità. In realtà, nasconde grandi potenzialità e opportunità di generare conversioni. A volte bastano piccole modifiche per migliorare questa soluzione e ottenere nuovi preventivi.

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30 giugno 2017 Giuliana Gugliotti0

Il visual storytelling è una grande risorsa per la tua strategia di inbound marketing ma affinché abbia successo devi sapere come utilizzarlo integrandolo con tutte le altre attività di marketing online

L’esperienza dei grandi brand ci insegna che oggi è davvero impossibile costruire una personalità vincente sul web senza puntare sulle immagini. Social network come Instagram e Pinterest ce lo ricordano ogni giorno: se vuoi vincere online devi necessariamente avere un’identità visiva forte e riconoscibile per i tuoi clienti.

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16 giugno 2017 Marilena D'Ambro0

Hai un’azienda e hai deciso di investire sul web. Ottimo, in questo modo puoi trovare nuovi clienti online e diventare una risorsa nel momento in cui le persone hanno bisogno di te nell’ottica dell’inbound marketing. Ma non basta aprire un blog, rispondere ai commenti o essere presenti sui social per ottenere risultati degni di nota. Bisogna anche interpretare i dati con tool specifici.

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29 maggio 2017 Giuliana Gugliotti0

Il calendario editoriale è la base di ogni strategia di Inbound Marketing. Ecco come creare un calendario editoriale integrato per blog e social vincente

Se hai dimestichezza con l’Inbound Marketing sai bene che lavorare senza programmare i contenuti è quasi impossibile: il calendario editoriale è uno strumento indispensabile per organizzare il lavoro, avere una visione d’insieme, risparmiare tempo e costruire il tuo successo.

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17 maggio 2017 Annette Palmieri0

L’email marketing è una delle attività da mettere in campo per una buona strategia di Inbound Marketing. Come far sì che i nostri sforzi portino realmente dei risultati?

Una strategia di email marketing è parte fondamentale del successo di un business online. Pianificare ogni dettaglio della tua strategia partendo dalla segmentazione dei contatti e dalle automazioni si rivelerà inutile se non produci dei contenuti di qualità che ti aiuteranno a sostenere la tua attività.